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13 set 2021
In NFT commemorativi
La vita di Alessandro Manzoni 1785 nasce a Milano dal quarantanovenne Conte Pietro Manzoni, e da Giulia Beccaria, figlia del famoso giurista Cesare; il padre naturale fu probabilmente Giovanni Verri con il quale la madre intratteneva una relazione. Per lo scandalo, messo comunque a tacere dal padre, i genitori arrivarono alla separazione. 1791 viene messo in un collegio religioso a Merate, dove il giovane subisce un vero e proprio trauma da abbandono: nutrì simpatie giacobine e ammirò Napoleone, desiderò essere ateo e fu sempre insofferente alla vita e all’educazione ricevuta. 1801 abbandona il collegio e fa ritorno alla casa paterna. Frequenta Monti, Foscolo e i profughi napoletani Francesco Lomonaco e Vincenzo Cuoco. 1805 dopo la morte di Carlo Imbonati raggiunse la madre che era andata a vivere con quest’ultimo, a Parigi dove entrò in contatto con il gruppo illuminista degli Ideologi che difendevano il principio di libertà individuale e avversavano al regime napoleonico. L’apporto della cultura illuministica e razionalistica francese rimase fondamentale anche dopo la sua conversione. 1807 morte del padre, Alessandro Manzoni non prese parte ai funerali. 1808 matrimonio, con rito calvinista, con Enrichetta Blondel. 1810 Conversione al cattolicesimo in seguito alle frequenti conversazioni con il padre giansensista Eustachio Degola, al quale si era avvicinata la moglie. Anche se frutto di un travagliato percorso interiore l’occasione per la conversione è lo smarrimento della moglie a Parigi, durante i festeggiamenti popolari per il matrimonio di Napoleone con Maria Luisa: preso da una crisi d’angoscia Manzoni si rifugiò in una chiesa dove fece voto di conversione se l’avesse ritrovata sana e salva. 1810 A Giugno la famiglia Manzoni rientrò definitivamente a Milano, accogliendo nella propria casa illustri poeti e letterati quali Giovanni Berchet, Carlo Porta, Ermes Visconti, Tommaso Grossi e che intratteneva contemporaneamente contatti con il gruppo del Conciliatore. 1812-1827 Quindicennio creativo dove Manzoni compone le opere poetiche principali e il suo unico romanzo, “I promessi Sposi” che appaiono nel 1827 in prima edizione, dopo il soggiorno fiorentino del poeta, per la famosa revisione linguistica conosciuta come “risciacquatura dei panni in Arno”. 1833 morte della moglie Enrichetta; due anni dopo muore anche la primogenita. 1837 matrimonio con Teresa Borri che non era ben vista dalla madre; due figli gli dettero grandi delusioni per aver dissipato denari al gioco. 1840-1842 seconda edizione dei “Promessi Sposi”: Manzoni si dedicò in questi anni quasi esclusivamente agli studi linguistici di cui questa seconda redazione è uno degli esiti principali. 1860 fu nominato senatore; l’anno successivo scandalizzò i cattolici votando a favore della proclamazione del Regno d’Italia, anche se cattolico si opponeva al potere temporale della Chiesa. Negli anni successivi della sua carriera politica votò anche il trasferimento della capitale da Torino a Firenze (1864). 1872 accettò la cittadinanza onoraria offertagli dal comune di Roma. 1873 morì quasi novantenne a Milano dopo una caduta, all’uscita dalla chiesa di San Fedele. Le opere di Alessandro Manzoni Anche se Alessandro Manzoni fu il caposcuola riconosciuto dei romantici italiani il suo ruolo nella disputa tra classicisti e romantici è marginale, nella sua produzione il vero evento che funge da spartiacque è la conversione religiosa (1810). Prima di essa esordisce con componimenti poetici di ispirazione giacobina e montiana: il poemetto Il trionfo della Libertà (1801) in cui celebra la vittoria della libertà sulla tirannide e della superstizione; l’idillio Adda (1803), un omaggio a Parini e a Monti, di notevole eleganza neoclassica; il carme in endecasillabi sciolti In morte di Carlo Imbonati (1806) dove è evidente la maturazione della sua personalità e della sua poetica e un ruolo centrale viene assegnato al meditare, la componente riflessiva che riveste pari importanza rispetto al sentire, la componente sentimentale ed emozionale. Un ultimo lavoro da citare è il poemetto mitologico Urania (1809), un tributo al neoclassicismo. Di indole meditativa piuttosto che battagliera, Manzoni pubblicò solo molti anni dopo la loro composizione gli scritti teorici dove enucleava i suoi principi di poetica e prendeva posizione nella disputa tra classicismo e romanticismo: la Prefazione al “Conte di Carmagnola” (1820), la Lettre a Monsieur Chauvet sur l’unité de temps, de lieu et d’action dans la tragedie (1820, pubblicata nel 1823), la Lettera sul Romanticismo al Marchese Cesare D’Azeglio, (1823, pubblicata nel 1871), il saggio “Del romanzo storico” (1831, pubblicato nel 1845), il saggio “Dell’Invenzione” (1850). In questi scritti tematizza quella poetica del vero che è a fondamento della composizione delle tragedie e del suo unico romanzo: “La poesia e la letteratura in genere deve porsi l’utile per iscopo, il vero per soggetto, l’interessante per mezzo”. Utile per iscopo: l’arte non deve insegnare dilettando ma, conformemente ai dettami del Romanticismo, rischiarare e allargare l’orizzonte spirituale dell’uomo, un’arte che liberi dalle passioni ed elevi la nostra umanità. Interessante per mezzo: Contro il culto della bella forma e l’idea, accademica, dell’arte come imitazione, Manzoni sostiene che la poesia deve muovere da idealità e sentimenti vivi, partecipi della comune coscienza storica e deve essere costituita da versi accettati dall’intelletto e condivisi dal cuore. Vero per soggetto: a seguito della sua conversione, Manzoni ha maturato una visione religiosa della vita; la realtà è, dunque, lo svolgersi del dramma eterno di peccato e di redenzione in cui consiste la vita stessa e l’arte, che deve proporsi la liberazione e l’innalzamento delle passioni, non può essere che rappresentazione della realtà, di cui disvela il significato profondo ed eterno. Nella Lettera sul Romanticismo (1871) i tre principi vengono ridotti e riassunti nell’ultimo di essi, dal momento che il vero poetico non poteva non essere, allo stesso tempo, sia interessante che utile. La poesia non può che rappresentare il vero, cioè fatti realmente accaduti. L’invenzione che le è concessa va intesa come una sorta di intuizione, di divinazione di quanto di profondo e misterioso agita l’animo umano, un sentimento che la storia ufficiale non riesce a registrare. In questo modo l’arte diventa: opera altissima di verità perché indagando i sentimenti e le passioni che si sono mosse nel cuore degli uomini, che hanno prodotto gli eventi storici, completa la storia che narra ed avvalora i fatti nel loro crudo accadimento; opera altissima di giustizia perché, mentre la storia ufficiale si occupa unicamente dei grandi eventi e dei loro protagonisti, la poesia, ricreando la vita degli umili, i loro affetti semplici e quotidiani, tramanda la memoria delle folle anonime che sembrano passare sul palcoscenico della storia senza lasciare traccia di sé. L’arte integra dunque la storia sia sul piano psicologico che sociale, e la storia ha bisogno dell’arte come l’arte della storia. Ambedue registrano il vero, quello cioè che gli uomini hanno fatto e patito, il loro dramma eterno di grandezze e di miserie. La poetica del vero trova la propria applicazione nelle grandi opere del quindicennio creativo (1812-1827): gli “Inni sacri” (Il Natale, Il nome di Maria, La Passione, La Resurrezione, La Pentecoste), le “Odi” (Marzo 1821; Il 5 Maggio), tragedie quali “Il conte di Carmagnola” (1816-1820) e l’“Adelchi” (1820-1822) e il suo unico romanzo, “I promessi Sposi” (1827). La conversione di Manzoni non va intesa come l’adesione a un modello di Cristianesimo precostituito quanto piuttosto come l’inizio di un percorso segnato da tappe a cui corrispondono differenti visioni del Cristianesimo, la Grazia (“Inni Sacri”); la Provvida Sventura (tragedie) e la Provvidenza (“Promessi Sposi”). La produzione letteraria segna, quindi, l’evoluzione di una meditazione religiosa sulla vita dell’uomo e sulla storia dell’umanità, per questo la religiosità non va intesa come un aspetto dell’opera letteraria quanto piuttosto come la sua radice. Mentre nella prima fase emerge l’entusiasmo del neofita del convertito che ha trovato la fede e ha scoperto la Grazia che salva, la tragedia appare, poi, come la forma letteraria più consona ad indagare nel profondo la vita dell’uomo e la storia dell’umanità, per porre le fondamentali domande sulle ragioni del male, delle violenze e delle ingiustizie, sulle ragioni per cui i volghi giacciono spregiati ed oppressi. La giustizia rimane qui un desiderio irrealizzato, il diritto è la legge del più forte; l’unico conforto è la fede che purifica e redime. Altra e diversa è la concezione che emerge nel romanzo: nei “Promessi Sposi”, infatti “Dio non toglie mai una gioia ai suoi figli se non per procurargliene una maggiore”. Il dolore trova una sua giustificazione nella vita terrena perché deriva dalla lotta che il giusto affronta per realizzare la giustizia e il disegno di Dio: si tratta di un cristianesimo militante (incarnato dalla figura di Fra’ Cristoforo), animato dalla certezza (conquistata da Manzoni) che al giusto è possibile, quindi doveroso, lottare per affermare la giustizia sulla terra, sostenuto dalla presenza quotidiana e discreta di Dio nella vita dell’uomo e nella storia. Dopo la prima pubblicazione de “I Promessi Sposi” (1827), è da registrare però un mutamento evidente nel saggio “Del Romanzo Storico” (1831, pubblicato 1845) che, pur segnando un progresso teorico segna anche la fine della poetica del vero. Qui, infatti, afferma che storia e poesia mirano a due scopi diversi: la storia al vero di fatto, la poesia al verosimile, per questo diventa erroneo inserire dei personaggi inventati in una trama storica, attribuire idee, sentimenti e passioni non documentabili a personaggi storici significa alterare la ricerca della verità. Il poeta deve sempre subordinarsi allo storico, per questo Manzoni stesso sceglierà di farsi storico come dimostrano opere tarde quali la “Storia della Colonna Infame” e il “Saggio comparativo tra la rivoluzione francese dell’89 e la rivoluzione italiana del 59”. Il pensiero di Alessandro Manzoni La formazione di Manzoni è legata, dal punto di vista teorico, al Settecento francese e all’Illuminismo. I contatti intrattenuti a Parigi con gli Ideologi determinarono alcuni atteggiamenti costanti del suo ragionare e del suo scrivere: l’analisi sottile e la tendenza alla sintesi; il rigore logico; l’implacabile ironia capace di smascherare i vizi della società e le storture della storia; Inizialmente anticlericale, fu animato da un amore giacobino per la libertà, da un ardente desiderio di gloria, da una scontentezza sdegnosa dei propri tempi di cui si compiacque di denunciare i costumi corrotti. Riguardo alla conversione occorre domandarsi se Alessandro Manzoni si convertì al Cattolicesimo o al Giansenismo. Questa seconda dottrina, condannata come eretica, prende il nome da Giansenio (1585-1638) e, rifacendosi ad Agostino, afferma la dottrina della predestinazione: è la grazia che salva, solo i predestinati, gli altri non hanno speranza; vi è, quindi, una sostanziale sfiducia nelle capacità umane. In realtà Manzoni aderì sul piano morale al Giansenismo (che esigeva un profondo rigore) ma non su quello teologico, riguardo al quale si mantenne sempre nei limiti dell’ortodossia. La conversione fu, comunque, un evento decisivo che influenzò la dimensione umana e la produzione letteraria dove tese ad identificare gli aspetti della sua formazione con i principi del Cattolicesimo. Il moralismo, prima solo un vago anelito al Bene, diviene ora identificabile con i principi evangelici e il “Santo Vero” che mai si deve tradire: si tratta della verità rivelata da Cristo al di fuori della quale vi è solo menzogna. Sottoponendo al vaglio della fede tutte le precedenti convinzioni, la concezione dell’arte e della storia risultano profondamente mutate. Alessandro Manzoni si distaccò dall’esaltazione dei romani che celebrava virtù non cristiane come la forza e presentava come eroi uomini violenti. Alimentò il culto di una storiografia che studiasse soprattutto la vita e le vicende di tanti uomini che sono passati sulla terra senza lasciare traccia del loro passaggio, dei milioni di Renzi e Lucie di cui la storiografia aristocratica e ufficiale non si è affatto occupata. Ripudiò la mitologia, che considerò idolatria, rifiutò l’imitazione degli antichi e qualsiasi culto formale, per questo sostituì a una poesia fatta di ornato una poesia fatta di meditazione, di sentimenti, tesa al bene, costituita, come dice lui stesso, da versi accettati dall’intelletto e dal cuore. Sono queste le convinzioni che sorreggono quella poetica riassunta nella formula dell’ “utile come iscopo, il vero per soggetto, l’interessante per mezzo”.
Alessandro Manzoni (esempio di commemorazione) content media
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